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Molte delle persone affette da Hiv non sono a conoscenza del problema fino al momento in cui viene loro diagnosticato l’Aids. Per evitare una scoperta tanto tardiva e dolorosa è bene sottoporsi al test Hiv, che permette di rilevare la presenza nel sangue del virus e/o degli anticorpi creati dall’organismo per difendersi.
Se non sono individuati né costituenti virali né anticorpi, il risultato del test è negativo (non si è verificato contagio); in caso contrario il test dà esito positivo (si è prodotta un’infezione da Hiv).
Una precisazione va fatta subito: l’eventuale esito positivo del test non significa che la persona interessata sia malata di Aids, ma solo che si è verificata l’infezione da virus Hiv. I risultati positivi di tutti i test Hiv non indicano in alcun modo se e quando il soggetto si ammalerà di Aids. Per questo motivo l’espressione “test dell’Aids” è spesso utilizzata a sproposito.
Il risultato del test è in genere disponibile dopo un’ora o, al più tardi, dopo tre giorni. Bisogna tuttavia precisare che i test sono in grado di escludere in modo affidabile l’avvenuta infezione solo tre mesi dopo il verificarsi di una situazione a rischio (cosiddetto “periodo finestra”). Questo perché, nel periodo immediatamente successivo all’eventuale contagio, sia la concentrazione nel sangue dei virus Hiv che quella degli anticorpi è talvolta troppo bassa per consentire la loro individuazione.
Chi riceve un esito negativo prima che l’attesa di tre mesi sia terminata non può quindi avere la certezza di non essere stato infettato. Trascorsi tre mesi, invece, il test è sufficientemente sicuro. A ogni modo, se si è effettuato troppo presto un test e questo ha dato esito negativo, è consigliabile ripeterlo passati tre mesi. Anche quando il primo test ha dato esito positivo è bene eseguire un test di conferma mediante prelievo di sangue per escludere con certezza la possibilità di una diagnosi errata. Se il test di conferma risulta anch’esso positivo, l’infezione da Hiv ha avuto senz’altro luogo.
Il test comunemente utilizzato per verificare il contagio da virus Hiv è quello denominato “Elisa”, che rivela la presenza nel sangue degli anticorpi Hiv Ab (dove Ab sta per Antibody, ossia anticorpo), prodotti dall’organismo per contrastare il virus. Per questo tipo di test valgono le regole relative alla tempistica di cui si è detto (il risultato è pienamente attendibile tre mesi dopo il verificarsi di un evento a rischio). Il test di conferma è invece noto come “Western Blot”.
In luogo del test Elisa si possono effettuare il test “Elfa” o il test “Meia”, che hanno la stessa affidabilità. Inoltre il test Elisa presenta alcune sottovarianti e non di rado è chiamato anche test “Eia”. Dipende dall’acronimo che si sceglie di utilizzare: Enzime Linked Immuno Sorbent Assay (E.L.I.S.A.) oppure Enzime-linked Immunosorbent Assay (E.I.A.).
Oltre al test Elisa è possibile effettuare esami che rilevano l’eventuale positività in tempi più brevi. Si tratta dei cosiddetti test per la diagnosi precoce, definizione che la progressiva riduzione del periodo finestra per il test Elisa rende sempre meno appropriata.
Essi sono: il test dell’antigene p24, i test di tipo Nat, i test combinati.
Il test dell’antigene p24 prende il nome da una proteina presente nella parte interna del virus (l’antigene p24, appunto), la quale indica un’elevata replicazione virale ed è rilevabile nel periodo immediatamente successivo al contagio. Il test in questione serve proprio a ricercare tale proteina e deve essere effettuato due-sei settimane dopo il possibile contagio, poiché successivamente potrebbe negativizzarsi. Mediamente diventa positivo 16 giorni dopo il contagio, ma si tratta di un risultato non certo al 100%. Di conseguenza un esito negativo non ha valore definitivo e occorre comunque effettuare il test Elisa dopo tre mesi.
I test di tipo Nat (Nuclei Acid Test) evidenziano la presenza nel sangue di materiale genetico del virus (come Hiv-Rna o Hiv-Dna), mediante tecniche in grado di moltiplicarne quantità anche molto piccole per poi identificarlo e quantificarlo. Una di queste tecniche (la più utilizzata) è nota come Pcr, di cui esistono due tipi: la Pcr quantitativa, che misura la carica virale o viremia (numero di copie virali presenti nell’unità di volume di sangue), e la Pcr qualitativa, che si limita a rilevare la presenza del materiale genetico del virus. Secondo alcuni autorevoli esperti, con i test di tipo Nat la durata del periodo finestra si riduce a 12 giorni.
I test combinati abbinano al test Elisa quello dell’antigene p24, quello Pcr o, meglio ancora, entrambi. Il risultato negativo di un test Elisa-p24-Pcr ha un’attendibilità superiore al 99% già dopo 28 giorni dall’evento a rischio (secondo molti medici anche meno: 15-20 giorni). Il suo costo però è piuttosto elevato: 150-200 euro o anche di più. Prezzo legato essenzialmente alla Pcr. Anche per questo motivo la maggioranza dei laboratori effettua un test combinato Elisa-p24. Sebbene i test combinati siano caratterizzati dalla massima precisione di reazione, per precauzione si consiglia ugualmente di effettuare il test Elisa dopo tre mesi.
I test fai da te
In commercio esistono anche test fai da te, che si possono eseguire autonomamente a casa. Tali esami, tuttavia, non sono autorizzati né in Italia né negli altri paesi europei e negli Stati Uniti. Il divieto si basa su valide ragioni: gli home test forniscono un risultato tutt’altro che attendibile e sono troppo complicati da utilizzare. Pertanto si sconsiglia vivamente di accettare offerte dall’estero o su Internet, trattandosi di prodotti non conformi ai nostri standard medici.
Una volta accertato il contagio, la persona sieropositiva deve monitorare nel tempo le proprie condizioni per valutare l’evoluzione della malattia e l’efficacia della terapia adottata. Sono due i test da eseguire periodicamente a tale scopo: la determinazione della carica virale nel sangue (attraverso i test di tipo Nat) e la conta dei linfociti CD4 (particolari cellule del sangue, capaci di svolgere una funzione regolatrice nei confronti delle cellule infette). Se la carica virale scende e la conta dei CD4 sale, vuol dire che la terapia adottata si sta rivelando efficace.
Molto importanti sono anche i test di resistenza, che individuano i farmaci ai quali sono diventati resistenti i ceppi Hiv e servono quindi a stabilire quale terapia adottare successivamente.
I motivi che spingono una persona a sottoporsi al test Hiv sono molteplici. Si va dal timore di aver contratto l’infezione al desiderio di praticare sesso non protetto nella vita di coppia, dalla presenza di sintomi sospetti (che potrebbero celare un’infezione opportunistica non individuata) alla volontà di avere un bambino, passando dalla possibilità di stipulare determinati contratti di assicurazione. Anche durante la gravidanza può avere senso sottoporsi al test, se non altro affinché la madre, in caso di positività, possa iniziare una terapia anti-Hiv, riducendo così il rischio di trasmissione del virus al bambino.
Chiunque abbia un motivo valido, ma sia insicuro sull’opportunità di sottoporsi al test, dovrebbe avvalersi di una consulenza esaustiva, richiedendola presso i centri autorizzati a effettuare il test stesso. Per principio, infatti, tali strutture dovrebbero essere tenute a fornire un servizio di consulenza prima del test alle persone interessate. In mancanza di tale servizio, ci si può rivolgere a un medico con esperienza in questo campo.
Anche dopo il test è consigliabile avvalersi di un colloquio di consulenza per chiarire i dubbi nuovi e quelli rimasti in sospeso, ma pure per richiedere un adeguato sostegno.
Eseguito privatamente, un test Hiv ha un costo accessibile (a meno che non si tratti di quello combinato Elisa-p24-Pcr). Il test Elisa, ad esempio, richiede una spesa non superiore ai 15-20 euro. La legge 135/90 prevede però che, presso alcune strutture pubbliche, l’esame possa essere eseguito gratuitamente, in forma anonima e senza impegnativa del medico. Il test è ormai una pratica molto diffusa e qualunque grosso centro analisi, non necessariamente specializzato in infettivologia, consente di effettuarlo. Solo per test sofisticati come la Pcr, di solito, occorrono strutture specializzate.
Per sapere dove effettuare il test nel proprio luogo di residenza si possono contattare:
Oppure consultare i seguenti siti Internet:
Altre informazioni
Anche quando non è anonimo, il test è strettamente confidenziale. Il nome della persona interessata, dunque, non è pubblicizzato in alcun modo. Trattandosi inoltre di una questione personale, la richiesta del test presuppone solo la capacità di intendere, ma non la maggiore età. In ogni caso è sempre necessario il consenso esplicito dell’interessato: nessuno può costringerlo a sottoporsi a un test Hiv né eseguirlo su di lui a sua insaputa.




