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I segnali di apertura

Premessa: la Chiesa compie quotidianamente un nobile lavoro nei paesi in via di sviluppo. Negli angoli più remoti di Africa e America Latina si trovano sacerdoti e suore che prestano assistenza a persone malate o denutrite, rischiando molto spesso la vita in prima persona. Insomma, le missioni cattoliche sono un modello di carità e compassione. Non è altrettanto vero, però, che l’ostracismo del Vaticano sui preservativi è costato troppe vite in quelle stesse zone del pianeta? È la domanda che, ormai da tempo, si pongono in tanti, anche nell’ambito delle stesse gerarchie ecclesiastiche.

Le prime voci fuori dal coro

Le pressioni interne cominciano nel 1989, allorché i prelati francesi si esprimono in favore del profilattico nella lotta contro l’Aids. Ma il caso esplode nel 1995 con la rimozione di Jacques Gaillot, vescovo di Evreux, reo di aver cantato fuori dal coro, appoggiando apertamente la causa dei contraccettivi. Il marchio d’infamia così impresso sul preservativo e sul suo autorevole sostenitore dall’allora pontefice Karol Wojtyla non arresta tuttavia la marcia dei cattolici d’oltralpe, che nel 1996 tornano alla carica. Come? Con un documento ufficiale della loro conferenza episcopale, firmato dal vescovo di Poitiers, Albert Rouet, che a proposito di condom sostiene: «Usatelo pure per difendervi dall’Aids».

Passano quattro anni (maggio 2000) e una nuova voce fuori dal coro si leva dall’altra parte del mondo. È quella di Patrick Dunn, vescovo della città neozelandese di Auckland, il quale dichiara che «i giovani dovrebbero usare il condom se non riescono a mantenersi casti». Torna in tal modo d’attualità il principio del “male minore”, sancito dalla Chiesa con riferimento a tutti i casi in cui un individuo non riesca a restare sulla retta via, e ora applicato al tema dei profilattici. Sarebbe a dire che essi rappresentano un’alternativa accettabile qualora si decida (sbagliando) di rinunciare alla castità.

E infatti monsignor Dunn aggiunge: «Se le persone vogliono comportarsi come credono, suggerisco che siano molto prudenti e usino tutte le precauzioni del caso. Non parlo solo dei rischi fisici, ma anche di quelli psicologici e morali in caso di gravidanze non desiderate». Parole forti, che i portavoce del Vaticano preferiscono non commentare, limitandosi a osservare: «Ogni vescovo è responsabile della sua diocesi. Se poi le sue opinioni non sono in linea con quelle della Santa Sede, ne dovrà rispondere».

Siamo sempre nel 2000, ma a novembre, quando monsignor Maurice Piat, vescovo di Port Louis (Mauritius) scrive una lettera pastorale in cui si legge: «Nelle campagne di prevenzione contro l’Aids la Chiesa non raccomanda l’uso del preservativo come mezzo di lotta… Tuttavia, quando una persona decide di infrangere la legge morale nel campo della sessualità e dell’amore, la Chiesa non si oppone a che adotti i mezzi per evitare di contrarre o trasmettere un virus mortale nel corso dei rapporti sessuali. Tale persona, però, non è per questo dispensata dall’interrogarsi sulla moralità del suo comportamento e sul carattere “disumanizzante” della sua vita sessuale».

Il cardinale belga e l’episcopato del Ciad

Facciamo ancora un salto di quattro anni per segnalare una voce dialogante del panorama ecclesiale proveniente dal Belgio. Si tratta di Godfried Danneels, cardinale di Bruxelles, che nel gennaio 2004 dichiara alla televisione olandese: «Tutelarsi dal contagio o dalla morte è un atto di prevenzione e, moralmente, è diverso dall’uso del preservativo come mezzo per ridurre il numero delle nascite». Questo per dire che, in caso di sesso con un individuo sieropositivo, il preservativo andrebbe utilizzato per non aggiungere alla commissione di atti impuri un peccato altrettanto grave come «disobbedire al comandamento che condanna l’omicidio». Un concetto che Danneels ribadisce nel 2006 durante un’intervista al quotidiano del suo paese La derniere Heure: «Se un uomo malato di Aids obbliga una donna ad avere relazioni sessuali, lei deve poter imporre il preservativo, altrimenti si aggiunge il peccato di omicidio».

Ma un segnale di apertura era arrivato anche per iscritto nel 2002, grazie a un testo firmato dall’intero episcopato del Ciad, nel quale si legge: “L’impiego del preservativo è sottoposto alle regole normali della morale, così come lo sono gli altri atti umani. La regola morale ultima è la coscienza. Tocca a ciascuno formare la propria coscienza ed esercitare la propria responsabilità nella situazione in cui viene a trovarsi. Poiché nessuno è tenuto all’impossibile, non si può esigere dai coniugi che rinuncino ai rapporti sessuali. Comprendiamo, quindi, che una persona, per dovere d’amore, possa essere indotta a impiegare il preservativo per proteggersi o per proteggere il proprio coniuge”.

La Chiesa spagnola e il teologo di Wojtyla

Ormai la breccia è aperta e, nel gennaio 2005, tocca alla Chiesa spagnola infliggere l’ennesima spallata al sistema. Davanti al dato che svela la presenza di ben 125 mila portatori del virus Hiv nel paese iberico, il segretario della Conferenza Episcopale, Juan Antonio Martinez Camino, annuncia l’adesione alla cosiddetta strategia Abc (sigla inglese che sta per “Astinenza, Fedeltà, Preservativo”), ammettendo che «i profilattici svolgono un ruolo importante nella prevenzione integrale e globale dell’Aids», e sentenziando: «Sì al profilattico, se usato come ultima opzione». Affermazione scomoda, che infatti costa a Martinez Camino, come già in precedenza ai rappresentanti delle conferenze episcopali di Francia, Usa e Brasile, un’esemplare tirata d’orecchie da parte del Vaticano.

Anche all’interno dello Stato Pontificio, tuttavia, comincia a farsi strada un certo possibilismo in materia di preservativi. Nel gennaio 2005 il cardinale Gorge Cottier, autorevole teologo di papa Wojtyla, rilascia all’agenzia di stampa Apcom un’intervista in cui legittima di fatto l’uso del condom, pur delimitandolo ai casi di emergenza causati dall’epidemia di Aids in determinate aree geografiche: «In particolari situazioni, e penso agli ambienti dove circola tanta droga, dove esiste una grande promiscuità umana e dove questa promiscuità si associa a una grande miseria, come ad esempio in zone dell’Africa e dell’Asia, dove la gente è prigioniera di questa condizione, ecco che in questo caso l’uso del condom può essere considerato legittimo».

Due sono, a detta del cardinale teologo, i motivi di tale legittimità: «Il primo è che, nelle condizioni descritte, davanti a un rischio imminente di contagio, è difficile intraprendere la via normale di contrasto alla pandemia, vale a dire l’educazione alla sacralità del corpo umano. Il secondo riguarda la natura stessa di questa terribile malattia. il virus si trasmette attraverso un atto sessuale; e così, assieme alla vita, c’è il rischio di trasmettere anche la morte. Ed è a questo punto che vale il comandamento “non uccidere”». Discorso che ricalca, come si vede, quello fatto un anno prima da monsignor Danneels.

Il papa mancato e l’arcivescovo inglese

L’ennesimo sasso nello stagno lo lancia addirittura Carlo Maria Martini, il cardinale che, dopo la morte di Giovanni Paolo II, sarebbe stato sostenuto dagli “avversari” di Joseph Ratzinger favorevoli all’elezione di un papa più moderno. È il 27 aprile 2006 quando il settimanale L’espresso pubblica una dichiarazione dell’alto prelato, tratta dal suo Dialogo sulla vita con lo scienziato e bioeticista Ignazio Marino. Proprio le parole di Martini, unitamente ai dati annuali sulla diffusione dell’Aids, convinceranno poi Benedetto XVI a istituire una commissione per la stesura del famoso dossier sul preservativo, oggi al vaglio della Congregazione per la dottrina della Fede.

Nel suo intervento il cardinale richiama esplicitamente il già menzionato principio di condom come “male minore”. Ecco il brano più significativo: «Bisogna fare di tutto per contrastare l’Aids. Certamente l’uso del profilattico può costituire, in certe situazioni, un male minore. C’è poi la situazione particolare degli sposi, uno dei quali è affetto da Aids. Costui è obbligato a proteggere l’altro partner e questi pure deve potersi proteggere. Ma la questione è piuttosto se convenga che siano le autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa, quasi ritenendo che gli altri mezzi moralmente sostenibili, compresa l’astinenza, vengano messi in secondo piano, mentre si rischia di promuovere un atteggiamento irresponsabile. Altro è, dunque, il principio del male minore, applicabile in tutti i casi previsti dalla dottrina etica, altro è il soggetto cui tocca esprimere tali cose pubblicamente. Credo che la prudenza e la considerazione delle diverse situazioni locali permetteranno a ciascuno di contribuire efficacemente alla lotta contro l’Aids, senza con questo favorire i comportamenti non responsabili».

Pur con tutte le puntualizzazioni del caso, l’avvallo del profilattico da parte di Martini ha dunque prodotto un notevole scossone negli ambienti ecclesiastici. Prova ne sia il fatto che persino un irriducibile tradizionalista come Cormac Murphy O’Connor, arcivescovo di Westminster, ha recentemente aperto all’uso del preservativo per prevenire il contagio da Hiv. E dire che, fino a pochi mesi fa, il prelato inglese aveva polemizzato con l’ex primo ministro Tony Blair, il quale accusava la Chiesa di ipocrisia in tema di profilattici. La scarsità dei farmaci antiretrovirali e il poco impegno dei paesi ricchi nel rendere le cure universalmente disponibili erano le uniche cause dell’epidemia di Aids secondo Murphy O’Connor, che rivoltava così la frittata: «Un’inondazione di preservativi nelle diocesi africane porterebbe solo più promiscuità e Aids». E poi il solito ritornello: «Per sconfiggere il virus servono un cambiamento nel comportamento e relazioni monogame tra uomo e donna».

Un rivoluzionario: Kevin Dowling

Un capitolo a parte lo merita monsignor Kevin Dowling, vescovo della diocesi sudafricana di Rustenburg. Già nel 2001, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Aids, quest’uomo coraggioso rivela al giornalista di un’agenzia cattolica il proprio assenso all’uso del condom per le coppie in cui uno dei partner è sieropositivo.

La sua opinione trova l’appoggio dell’allora arcivescovo di Durban, Denis Hurley (scomparso nel 2004), ma gli costa pure il rimprovero del nunzio apostolico in Sudafrica e della Conferenza Episcopale, che gli rammentano quale sia la posizione ufficiale della Santa Sede.

Dowling non se ne cura più di tanto e, nel giugno 2006, esce nuovamente allo scoperto. «L’uso del preservativo - afferma - è sempre stato considerato un argomento di moralità sessuale. La mia esperienza sul campo mi dice che è piuttosto una questione di giustizia e di etica, di diritto alla vita, di protezione della vita. Siamo chiamati a offrire un approccio più comprensivo, una teologia che porti le persone a incontrare Dio nel mezzo delle loro difficili situazioni». Questo, invece, il suo commento all’indomani delle dichiarazioni rese dal cardinale Martini: «Sono lieto di vedere che alte personalità della gerarchia ecclesiale hanno iniziato a creare un clima di dibattito. La Chiesa farebbe bene a riconsiderare la sua posizione tradizionale sulla proibizione dell’uso del preservativo nell’ambito di coppie in cui un partner è sieropositivo o nel caso di giovani donne soggette a ogni sorta di abusi».

Già, le donne. Sono loro a convincere il vescovo sudafricano che, almeno nel territorio della sua diocesi, non si può andare avanti come prima. Lo conferma lui stesso in un’intervista pubblicata il 7 aprile scorso dal quotidiano canadese The Globe and Mail: «Le donne mi stanno a cuore. Sto dalla loro parte… Ci sono così tante donne qui con una storia dolorosa alle spalle». Monsignor Dowling le ascolta tutte, tali donne, e fa la cosa che ritiene più giusta; la cosa che nessun cattolico del suo rango aveva mai osato fare prima: distribuisce preservativi. Un’iniziativa rischiosa per il “vescovo dell’Aids” (come la gente lo chiama in Africa meridionale), quasi una sfida al Vaticano, che tuttavia non gli chiede di dimettersi. Forse perché a Roma pensano che non valga la pena di attirare l’attenzione su un prete ribelle («Sono un pesce piccolo, soltanto il vescovo di una diocesi rurale in fondo all’Africa», dice lui). Ma a Roma sanno anche che il problema non può essere risolto semplicemente schiacciando quel ribelle.

Messo all’angolo dalla sua stessa Chiesa, che si limita a redarguirlo di tanto in tanto attraverso il nunzio apostolico, Dowling prosegue dritto per la sua strada («Finché mi lasceranno stare…»), convinto che non tutti i dettami tradizionali della fede possano trovare applicazione in un posto come l’Africa. «L’astinenza prima del matrimonio e la fedeltà nel matrimonio - spiega - sono al di là del possibile qui. Il vero problema è proteggere la vita. Questo deve essere il nostro obiettivo fondamentale. E negare l’uso del condom ai milioni di cattolici che vivono nelle aree dell’Africa meridionale e orientale devastate dall’Aids significa contravvenire al messaggio della Chiesa in favore della vita».

La campagna cattolica in favore di una “libera scelta”

L’impegno in favore dei condom è valso a monsignor Dowling la simpatia di tantissimi chierici e laici, che lo hanno letteralmente sommerso di lettere per manifestargli il proprio appoggio morale. Centinaia di questi messaggi sono partiti, in occasione della Giornata Mondiale contro l’Aids 2002, dai sostenitori di Condoms4Life, campagna di ispirazione cattolica che denuncia “i devastanti effetti prodotti dal veto dei vescovi sui preservativi” (così si legge su www.condoms4life.org, sito ufficiale dell’iniziativa).

La campagna Condoms4Life è sponsorizzata da Catholics for a Free Choice (Cffc), organizzazione non governativa statunitense che svolge attività di consulenza per l’Economic and Social Council (Ecosoc) delle Nazioni Unite. Il suo obiettivo è incoraggiare “la capacità morale delle donne e degli uomini di assumere decisioni corrette sulla propria vita”, infondendo tali valori “nella politica pubblica, nella vita comunitaria, nell’analisi femminista, nel pensiero e nell’insegnamento cattolico” (tratto dal sito www.catholicsforchoice.org).

Insomma, il dramma dell’Aids sta smuovendo le coscienze del mondo cattolico sia a livello di gerarchie ecclesiastiche sia a livello di semplici credenti.

A noi di Comodo.it piace concludere con queste parole a metà strada tra ironia e provocazione: «Se fossi papa, avvierei una fabbrica di preservativi all’interno del Vaticano. Che senso ha mandare cibo e medicine se poi lasciamo che la gente si infetti e muoia?». A pronunciarle è stato un sacerdote brasiliano che nel suo ufficio tiene affisso un quadretto con dentro un preservativo e con sopra una scritta: “In caso di emergenza, rompere il vetro”.

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