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Dibattito con il mondo laico

Salvo futuri, clamorosi ripensamenti, siamo dunque al punto di partenza: non esiste alcun caso in cui la Chiesa Cattolica ammetta l’uso del preservativo, né tra un uomo e una donna non sposati né tra due uomini, visto che si tratta di relazioni ugualmente condannabili. Questa posizione ha provocato forti reazioni da parte di chi, all’interno della comunità laica, ritiene che essa contribuisca alla diffusione dell’Aids. Soprattutto in Africa, dove le vittime della malattia sono numerosissime (circa 500 al giorno) e l’influenza del Vaticano è tutt’altro che trascurabile. Figurarsi le polemiche quando le autorità ecclesiastiche, nel febbraio del 2006, si sono opposte alla costruzione di una fabbrica di condom in Kenya per paura che potesse incoraggiare “immoralità e promiscuità”.

Le critiche della gente comune

Ciò che molti hanno rimproverato alla Santa Sede è la pretesa di astrarre un principio morale dal contesto sociale, facendo in modo che milioni di persone rimangano indifese di fronte al virus Hiv. Ma c’è chi l’ha messa giù ancora più dura, accusando la Chiesa di “posizione rigida e disumana”, soprattutto allorché vieta il profilattico nei rapporti tra due coniugi di cui uno sieropositivo. È il caso, per esempio, di un lettore di Famiglia Cristiana, che nel gennaio 2001 ha scritto al settimanale cattolico una lettera dai toni non certo amichevoli.

Originale, per non dire contorta, la replica del giornale, affidata alla penna del noto teologo Giordano Muraro.Giordano Muraro Quest’ultimo ha detto sì al preservativo se uno dei coniugi è affetto da Hiv, ma a patto che la coppia ne faccia uso solo nei periodi non fertili. Una concessione che padre Muraro ha così argomentato: «Ai coniugi che per serie ragioni ritengono di non dover procreare la Chiesa propone di avere rapporti intimi quando non è presente la capacità procreativa… Per lo stesso motivo riteniamo che sia consentito ai coniugi a rischio di contagio usare il preservativo nei tempi in cui l’intimità non porta in sé potere ricreativo». In tal modo, infatti, «lo strumento che viene usato come barriera non è un contraccettivo perché non impedisce il concepimento, ma un preservativo, cioè uno strumento che preserva dal contagio».

In definitiva, secondo il teologo, «il principio dell’illiceità del preservativo resta immutato, ma cambia il modo di applicarlo per la variazione del caso a cui deve essere applicato». E ancora: «Spetta ai coniugi con problemi di contagio individuare, attraverso metodi naturali, i tempi non fecondi. Quando poi li hanno individuati, possono usare il preservativo per vivere il gesto dell’intimità come gesto piacevole che li aiuta a crescere nella comunione per diventare sempre più due in una sola vita».

Se la difesa di Muraro è passata attraverso una timida, circostanziata apertura all’uso dei preservativi, non altrettanto si può dire, invece, per quella di monsignor Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute. In risposta alla nuova ondata di critiche seguita alla pubblicazione degli allarmanti dati sull’epidemia di Aids nel 2001, il capo del dicastero ha sbottato: «Ci accusano di uccidere, ma solo una società pansessuale come la nostra, capace unicamente di pensare al principio del benessere nello sviluppo sostenibile, può giudicare ridicolo e scomodo il sesto comandamento dato da Dio a Mosè, e comune alle tradizioni giudaica e cristiana, di non commettere atti impuri». Tutto ciò per arrivare a ribadire il solito concetto: «La prevenzione si chiama castità».

L’appello di Veltroni

Anche dal mondo politico si sono talvolta levate voci di dissenso verso il proibizionismo cattolico.
Walter VeltroniNel febbraio 2000 Walter Veltroni ha rivolto un appello alla Chiesa affinché modificasse i propri convincimenti sulla contraccezione. Un appello venuto dal cuore, visto che l’allora segretario Ds si trovava a Soweto (Sudafrica), dove aveva toccato con mano il dramma dell’Aids dilagante. Gli ambienti ecclesiastici, però, non hanno gradito e Veltroni ha dovuto incassare la ramanzina di monsignor Elio Sgreccia, plenipotenziario vaticano sui temi etici e biologici: «È una mancanza di rispetto verso il papa… I preservativi sono distribuiti in Africa dalle organizzazioni governative e internazionali, ma non è servito a niente. Puntare sul preservativo resta perciò una linea pedagogica fallace e finisce per diventare un inganno».

Più pacato, ma comunque inflessibile, il richiamo allo stesso Veltroni che lo studioso Jaques Suaudeau ha affidato alle pagine dell’Osservatore Romano in data 5 aprile 2000: «Per una persona che si trova a constatare la terribile realtà dell’Aids in Africa con i propri occhi lo shock è forte e la reazione indignata che ne consegue è naturale. Si cerca un colpevole di questa situazione, ma si finisce con l’accusare proprio coloro che, anche se in modo non perfetto, si impegnano concretamente per porvi rimedio, mentre gli altri si contentano di criticare». E come la Chiesa si impegna per vincere il flagello? «Non con azioni di semplice contenimento - ha scritto Suaudeau - ma attraverso una prevenzione che va alla radice umana del problema». Una prevenzione che consiste nel «convincere le persone a modificare il loro atteggiamento sessuale, principale responsabile della diffusione dell’infezione».

L’uso del profilattico, pertanto, sarebbe solo uno strumento di “contenimento”, mentre la vera prevenzione, a detta dello studioso transalpino, sarebbe «quella più radicale, che è efficace in assoluto e che nessuno può negare», vale a dire «l’astinenza sessuale per gli adolescenti prima del matrimonio e la castità coniugale nel matrimonio». Ci risiamo, il ritornello è sempre lo stesso: «Questo è il modello di prevenzione - ha concluso Suaudeau - che la Chiesa vuole applicare. Certo non è un modello facile, me è qualcosa di pienamente umano, basato sulla fede e la speranza, e non su un materiale in lattice da distribuire… Si è compiuto un errore dedicando tutti gli sforzi al “contenimento” dell’Hiv/Aids; servendosi di una barriera meccanica che è indegna della sessualità umana, indegna dell’uomo».

Altri esponenti del mondo politico

Sarà, ma intanto il contegno più diffuso tra i fedeli non è affatto quello suggerito dal Vaticano. Fedeltà e astinenza sono infatti scelte anacronistiche all’interno della società contemporanea. Un dato di fatto innegabile, di fronte al quale persino qualche esponente politico ha tuttavia chiuso gli occhi. L’esempio più celebre è forse il ritiro degli opuscoli anti-Aids disposto da Rosa Russo Jervolino durante l’anno scolastico 1992/93. I fumetti di Lupo Alberto indugiavano troppo sulla necessità della contraccezione per una consapevole pratica sessuale e l’allora ministro della Pubblica Istruzione, oggi sindaco di Napoli, li ha giudicati pericolosi per le giovani menti a cui erano destinati. Sempre in tema di opuscoli, va ricordata la mossa dei ministri Letizia Moratti (Istruzione) e Girolamo Sirchia (Sanità), risalente al dicembre 2002: i pieghevoli anti-Aids distribuiti nelle scuole invitavano inesorabilmente gli studenti alla castità.

Umberto VeronesiTra questi due episodi si inserisce l’iniziativa di un altro ministro della Sanità, Umberto Veronesi, che nel dicembre 2000 ha proposto di ridurre il costo dei preservativi per favorirne la diffusione anche tra chi non se li può permettere. Merita infine una segnalazione il recente intervento (dicembre 2006) dell’attuale ministro della Salute, Livia Turco, che così ha commentato la decisione della Santa Sede di approntare un dossier sul condom: «Il fatto che, da parte del papa, ci sia la sensibilità di misurarsi in prima persona con il problema Aids-preservativi è di grandissimo rilievo e fa ben sperare. Quello del preservativo, nella su semplicità, è il provvedimento più efficace per prevenire l’Aids, come dimostrano tutti gli studi effettuati. Se si potesse incentivare questa misura sarebbe un grande passo avanti per la sanità pubblica». Insomma, il dibattito è quanto mai acceso e promette ulteriori, interessanti sviluppi.

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