da un libro del missionario padre Renato
Kizito: Aids e Chiesa cattolica in Africa.
Quando il preservativo e' un dovere (dalle
pagine 69-72)
A
volte si ha l´impressione che la
Chiesa, in passato, abbia legiferato troppo
in materia di sesso. Forse sarebbe stato
meglio, una volta proposti e sottolineati
i principi fondamentali, e dopo aver lavorato
alla formazione delle coscienze, sottolineare
di piu' la responsabilita' individuale,
la coscienza personale. Gia' Paolo VI
nell'enciclica Humanae vitae del 1967,
disse chiaramente che quando occorre applicare
i principi e' la coscienza della persona
che deve decidere. L´aver legiferato
troppo nei dettagli ci mette adesso in
una posizione difficile, nel senso che
i fedeli si aspettano delle indicazioni
precise, oppure che certe indicazioni
precedenti vengano cambiate, e questo
finisce per non farci concentrare sulle
cose piu' importanti: la formazione della
coscienza delle persone, l'annuncio della
dignita' della persona umana. Una volta
proclamati questi principi sono gli individui
che devono poi trarne le conseguenze concrete.
L´atteggiamento
cristiano di fronte alla sessualita' dipende
da come si concepisce la dignita' delle
altre persone. Nel caso dell'AIDS io credo
che, come ha scritto recentemente anche
un gesuita dello Zambia, padre Michael
J. Kelly, in alcuni casi sia ragionevole
e opportuno che le persone interessate
usino i preservativi. Questo gesuita e
alcuni teologi moralisti che conoscono
a fondo le tradizioni e la cultura africana,
ritengono che l´uso del preservativo
potrebbe diventare addirittura un dovere,
nel caso di una coppia in cui una delle
due persone fosse sieropositiva e l'altra
no. La scelta puo' essere lasciata alla
responsabilita' e alla coscienza delle
persone, perche' se la regola e' troppo
rigida, finisce per farti mettere in dubbio
il principio. Ossia, uno che nella circostanza
che ho appena citato si sentisse in coscienza
di usare il preservativo, davanti alla
regola: finirebbe poi per mettere in dubbio
il principio generale, che deve essere
sempre la difesa e la promozione della
vita.
Ma cio' non dovrebbe costituire una regola
nuova che la Chiesa propone: l'ideale
sarebbe che derivasse piu' dalla maturita'
delle persone, che si sentono capaci di
giudicare che linea seguire in certe particolari
circostanze. Il problema sorge oggi dal
fatto che, ripeto, probabilmente abbiamo
legiferato troppo, abbiamo dato troppe
indicazioni precise e concrete, e sottolineare,
adesso, la responsabilita' personale di
fronte a dilemmi specifici potrebbe essere
interpretato come: in modo incontrollato.
Quasi un invito a un uso della sessualita'
senza nessuna regola e senza nessun controllo,
che certamente la Chiesa non puo' approvare.
È anche un problema di inculturazione.
Forse il modo per superare l´impasse,
da parte della Chiesa, potrebbe essere
quello di riconoscere che la diversita'
delle realta' locali rende impossibile
un´applicazione univoca e costante
dei principi generali. Bisogna dare piu'
fiducia, anche in questo campo, alle Chiese
locali. Puo' anche darsi che, in una situazione
concreta di pericolo, la distribuzione
gratuita dei preservativi possa essere
accettabile.
In
altre circostanze la stessa azione, invece
che un mezzo per evitare l´AIDS,
potrebbe diventare un modo per promuovere
la promiscuita', quindi per aggravare
il diffondersi dell´infezione.
La
Chiesa continuera' a insistere sull´importanza
della fedelta' nella coppia, cosi' come
continuera' a dire no all'aborto. Per
il resto ci sono differenti gradi di responsabilita'
e di complicita'. Non si puo' creare nella
testa della gente l´idea che l´uso
del preservativo e la pratica dell´aborto
siano azioni della stessa gravita'. Questo
non e' formare le coscienze.
Il
fedele deve essere capace di misurare
personalmente la gravita' della sua azione.
Questo comporta un impegno molto piu'
grande nella formazione delle coscienze,
per l´informazione e la crescita
dei fedeli. I nostri fedeli sono piu'
intelligenti e informati, piu' capaci
di fare le loro scelte in base ai principi
evangelici di quanto generalmente pensiamo
noi pastori. Anche in questo campo bisogna
credere di piu' nel buon senso cristiano
della gente. Fare questo lavoro, lo riconosco,
e' difficile. La Chiesa africana e' un´istituzione
con strutture molto semplici: con poco
personale formato adeguatamente, pochi
insegnanti, pochi preti e suore, e si
trova a dover affrontare problemi enormi.
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