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Preservativo e Chiesa

La Chiesa Cattolica è contraria all’uso del preservativo, ritenendolo illecito sia come strumento di prevenzione dell’Aids che come mezzo per evitare gravidanze indesiderate. Questo perché, secondo il Vaticano, il rapporto sessuale sarebbe lecito solo se consumato all’interno del matrimonio: l’unione del corpo e dello spirito deve compiersi solo all’interno del sacramento del matrimonio ed esclusivamente in funzione della procreazione.

Già papa Wojtyla non aveva mai approvato l’uso di mezzi artificiali di limitazione delle nascite per far fronte alla sovrappopolazione. Nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis” del 1987 definiva allarmante il fatto che in molti Paesi i governi realizzassero campagne sistematiche contro la natalità, in contraddizione non solo con l’identità religiosa e culturale dei vari Paesi, ma anche con la natura del loro vero sviluppo. L’allora pontefice metteva anche in evidenza che spesso queste campagne erano finanziate da capitali provenienti dall’estero e che ad esse erano subordinati gli aiuti. Il pontefice sottolineava inoltre come si trattasse soprattutto di assoluta mancanza di rispetto per la libertà di decisione della gente, sottoposta spesso a grandi pressioni.
Ancor più rigida, se possibile, la posizione dell’attuale capo della Chiesa, BenedettoXVI. Quando era cardinale, nonché prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger scrisse nella “Istruzione sul rispetto della vita umana nascente”: “Ciò che è tecnicamente possibile non è per questo moralmente ammissibile”. L’intransigenza verso l’uso del preservativo ha trovato conferma dopo la salita di Ratzinger al soglio pontificio, nonostante una timida apertura manifestata sul finire del 2006, quando sono stati pubblicati gli ultimi, preoccupanti dati sulla diffusione dell’Aids. In tale circostanza la Chiesa ha provveduto a preparare un dossier contenente le proprie indicazioni sull’uso del preservativo, redatto con l’ausilio di scienziati e teologi. Un segnale di disponibilità al confronto, certo, ma anche in questo caso il Santo Padre ha tenuto a ribadire che gli unici rimedi legittimi contro il virus sono rappresentati da fedeltà e astinenza sessuale.
Non esiste dunque nessun caso in cui la Chiesa consenta l’uso di contraccettivi, né tra un uomo e una donna non sposati né tanto meno tra due uomini, visto che questi comportamenti sono ugualmente condannati.
Questa posizione ha provocato forti reazioni da parte di chi, all’interno del mondo laico, ritiene che, vietando ai fedeli l’uso del preservativo, si contribuisce indirettamente alla diffusione dell’Aids. Soprattutto in Africa, dove le vittime sono numerosissime (500 al giorno) e l’influenza della Chiesa non è trascurabile. Nel febbraio dello scorso anno, ad esempio, le autorità della Chiesa Protestante e di quella Cattolica si sono opposte alla costruzione di una fabbrica di preservativi in Kenya per paura che ciò avrebbe incoraggiato “immoralità e promiscuità”. Coloro che criticano questo atteggiamento sottolineano che non si può astrarre un principio morale dal contesto sociale, facendo in modo che milioni di persone rimangano indifese di fronte all'Hiv.

Anche tra gli esponenti del mondo politico c'è stato chi, come Walter Veltroni, ha rivolto in passato un appello al Papa al fine di sottolineare le conseguenze negative della posizione intransigente assunta dalla Chiesa nei confronti della contraccezione.
Proprio l'accusa di Veltroni determinò, all’epoca, la replica della Chiesa sull’ “Osservatore Romano” per voce dello studioso francese Jacques Suaudeau, il quale scrisse che, in questo modo, si finisce per accusare coloro che, sia pur non in modo perfetto, si impegnano concretamente a porre rimedio alla drammatica situazione generata dall’Aids in Africa. Suaudeau aggiunse che, mentreil preservativo rappresenta solo un mezzo per “contenere” la trasmissione della malattia, la Chiesa punta a una prevenzione efficace, che cerca di andare alla radice umana del problema, invitando la gente a modificare il proprio atteggiamento sessuale. Tutto ciò sulla base della convinzione secondo cui la prevenzione più radicale consiste proprio nell’astinenza sessuale prima del matrimonio e nella castità coniugale durante lo stesso. La diffusione di tale messaggio rappresenta, dunque, il modello di prevenzione della Chiesa.
Tuttavia è innegabile che non siano questi i comportamenti sessuali più diffusi tra la gente, in quanto solo poche persone riescono a limitare la propria esperienza sessuale all’interno del matrimonio e al proprio coniuge. Di fronte a un dato di fatto tanto evidente il preservativo resta il metodo di contraccezione più efficace. È in tale contesto che si inserisce la posizione espressa nel maggio del 2000 dal vescovo della città neozelandese di Auckland, Patrick Dunn,
il quale ha dichiarato che “i giovani dovrebbero usare il condom se non riescono a mantenersi casti". Pur ribadendo la contrarietà della Chiesa al sesso fuori dal matrimonio, il presule ha aggiunto: “Se le persone vogliono comportarsi come credono, suggerisco che siano molto prudenti e usino tutte le precauzioni del caso. Non parlo solo dei rischi fisici, ma anche di quelli psicologici e morali in caso di gravidanze non desiderate”. Come hanno reagito i vertici cattolici alle prese di posizione del monsignore? I portavoce della Santa Sede non hanno commentato, limitandosi a osservare: “Ogni vescovo è responsabile della sua diocesi. Se poi le sue opinioni non sono in linea con la Santa Sede, ne dovrà rispondere”.

Resta il fatto che ora si presta molta attenzione alle conseguenze sociali di ciò che si è “costretti” ad affermare in forza dei dettami della religione e del Vaticano quando la posta in gioco comincia a diventare alta.
L’accusa più grave rivolta alla Chiesa è quella di favorire il diffondersi di Aids e altre malattie a trasmissione sessuale, diventando così responsabile delle vite messe in pericolo. Forse in quest’ottica si può leggere l’intervento su “Famiglia Cristiana” del gennaio 2001 da parte del teologo Giordano Muraro, il quale si è affrettato a rispondere a un lettore che accusava la Chiesa di “posizione rigida e disumana” allorché considera illeciti i preservativi anche quando uno dei due coniugi è sieropositivo. Il teologo ha detto sì al profilattico se uno dei coniugi è sieropositivo, a patto che la coppia ne faccia uso soltanto nei periodi non fertili. In questo modo, ha aggiunto, il preservativo “non è un contraccettivo, ma una barriera contro il contagio”.
In quella che rappresenta un’apertura da parte ecclesiale sul problema del preservativo nei casi di Aids, padre Muraro ha inoltre spiegato che “ai coniugi che per serie ragioni ritengono di non dover procreare la Chiesa propone di avere rapporti intimi quando non è presente la capacità procreativa: si donano e si accolgono totalmente senza escludere nulla perchè il potere procreativo non è presente”. Per questo stesso motivo, ha argomentato il teologo, “riteniamo che sia consentito ai coniugi a rischio di contagio usare il preservativo nei tempi in cui l’intimità non porta in sé potere procreativo”. In tali casi, infatti, “lo strumento che viene usato come eventuale barriera non è un contraccettivo perché non impedisce il concepimento, ma un preservativo, cioè uno strumento che preserva dal contagio”. E ancora: “Il principio dell’illiceità del preservativo resta immutato, ma cambia il modo di applicarlo, per la variazione del caso a cui deve essere applicato. Spetta ai coniugi con problemi di contagio individuare, attraverso metodi naturali, i tempi non fecondi. Quando poi li hanno individuati, possono usare il preservativo per vivere il gesto dell’intimità come gesto piacevole che li aiuta a crescere nella comunione per diventare sempre più due in una sola vita”
Se la ricerca teologica, come dimostra l'intervento di padre Muraro, è dunque di apertura nei confronti del problema, il Vaticano resta invece contrario e continua a proporre la castità come soluzione per evitare il contagio. Quello dell’astinenza è un concetto ribadito anche dal presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, monsignor Javier Lozano Barragan, in occasione della presentazione in Vaticano del convegno sulla identità delle istituzioni sanitarie cattoliche (novembre 2002).

Anche a fronte di 40 milioni di malati di Aids nel mondo, 3 milioni di morti solo nel 2001 e altri 120 milioni di sieropositivi, la Chiesa Cattolica ha continuato a condannare l’uso del preservativo. “Ci accusano di uccidere - ha detto nel 2002 il capo del dicastero -, ma solo una società pansessuale come la nostra, capace unicamente di pensare al principio del benessere nello sviluppo sostenibile, può giudicare ridicolo e scomodo il sesto comandamento dato da Dio a Mosè e comune alle tradizioni giudaica e cristiana, di non commettere atti impuri”. Per la Chiesa, ha rimarcato l’arcivescovo, “la prevenzione si chiama castità”. Stando così le cose, la Chiesa non può che dire no al preservativo perché ha un altro orizzonte etico: l’orizzonte della tutela della vita. È questo, come ha precisato monsignor Lozano Barragan, anche il valore aggiunto delle istituzioni sanitarie cattoliche: “Difendere la vita e mai favorire la morte”.

 

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