Sappiamo che si tratta di “dispositivi medici” qualche volta “salvavita”; eppure pubblicizzare i preservativi in Italia non è facile. Tra una lunga trafila di autorizzazioni vi spieghiamo perché la promozione dell’uso del profilattico in Italia è ostacolato dalla burocrazia.
Non è una novità che la burocrazia, in Italia, è spesso un lungo percorso fatto di ostacoli e ritardi.
Questo vale anche per la sponsorizzazione di prodotti venduti a fini diagnostici, terapeutici, di prevenzione o di controllo di una malattia, come i condoms.
Perché la burocrazia dovrebbe ostacolare la vendita di dispositivi sanitari? La ragione principale è quella di evitare di promuovere un uso improprio o eccessivo di farmaci o prodotti terapeutici.
Questo include, inevitabilmente, anche i preservativi, il cui (però) abuso non comporta alcun rischio per la salute, al contrario, la promozione potrebbe migliorare la diffusione dell’uso del profilattico tra giovani e coppie italiane, al fine di combattere la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili nel nostro Paese.
«Oggi fare comunicazione sui preservativi è molto complicato», ha confessato Laura Savarese, Regulatory & Medical Affairs Director Sud Europa di Reckitt Benckiser, azienda produttrice del marchio Durex… «Non solo non abbiamo alcuna possibilità di agire con tempestività, ma siamo costretti a rivedere continuamente il contenuto dei nostri materiali. Nel 2019 solo il 16 per cento delle nostre proposte è stato accolto senza modifiche. Spesso abbiamo dovuto cambiare i nostri slogan e reimpostare totalmente il nostro linguaggio facendo venire meno il messaggio che Durex si rivolge a tutti, senza distinzioni: coppie e single, comunità LGBTQ+, giovani e meno giovani».
In Italia vi è un continuo scontro tra istituzioni e comunicazione sui temi della prevenzione sessuale. Nel 2017, Emanuele Gabardi, docente di Strategia pubblicitaria all’Università degli Studi di Milano, ha riassunto trent’anni di campagne pubblicitarie contro l’HIV che mette in luce la «mediocrità comunicativa» e lo scarso impatto emotivo delle campagne di promozione, promosse dalle istituzioni italiane.
Come affermato dallo stesso Gabardi: a farla da padrone è proprio la banalità di questi messaggi, volti più ad evitare le critiche della nostra società perbenista che alla vera lotta contro la trasmissione di malattie a trasmissione sessuale.
Differente il discorse per quelle campagne ideate da alcune associazioni non governative, che hanno dimostrato di saper affrontare determinate tematiche con più originalità ed efficacia. Tra gli esempi di tale efficacia, ricordiamo la campagna promossa nel 1991 dall’immunologo Fernando Aiuti, durante un congresso in cui si affrontava il problema della probabile diffusione del virus dell’HIV attraverso i contatti per via orale. L’immunologo, allora, baciò sulla bocca una donna sieropositiva, come dimostrazione che il virus non poteva essere trasmesso attraverso i baci. La fotografia scattata a quel bacio fece il giro del mondo.
In Italia, il percorso burocratico di approvazione di una campagna pubblicitaria per prodotti come i preservativi è veramente lungo. L’azienda o il marchio, impegnato nella sponsorizzazione, dovrà anzitutto chiedere al ministero della Salute il rilascio di un’autorizzazione a poter effettuare una pubblicità sanitaria. Una volta ideato il messaggio di comunicazione, dovrà presentare, diverse domande di autorizzazione che contengano le informazioni dettagliate suu: azienda, prodotto sponsorizzato, tipo di comunicazione e mezzo di diffusione, dovrà poi impegnarsi a pagare una tassa. Trascorsi 45 giorni, il Ministero 45 giorni esaminerà la richiesta e deciderà se rifiutare l’autorizzazione, accettarla, oppure richiedere modifiche al marchio o azienda. In quest’ultimo caso, verrà riformulata la proposta, allungando la procedura burocratica per diversi giorni.
Ad abbreviare questo percorso burocratico potrebbe essere una legge che da possibilità al ministero della Salute di agire in tempi più brevi attraverso proprio decreto, ed esentare alcune categorie di dispositivi dall’obbligo di autorizzazione alla pubblicità, ma tale possibilità non è ancora considerata.
A gennaio, il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, molto sensibile sul tema ed impegnato nella lotta alle malattie sessualmente trasmissibili come l’AIDS, ha messo il luce le difficoltà della promozione dei preservativi come promozione alla lotta contro le malattie a trasmissione sessuale e non come ostacolo alla salute degli italiani, portando la questione in Parlamento.
«Ora che la fase più dura dell’emergenza COVID-19 è stata superata»interviene Savarese «ci auguriamo che il ministero ritorni sul tema e intervenga definitivamente nel varare il decreto ministeriale per escludere la pubblicità dei preservativi dall’iter autorizzativo».








