Non si sente quasi mai parlare di bugchasing, un fenomeno che per la prima volta venne trattato nel 2003 su Rolling Stone, in un trafiletto in cui si menzionavano un gruppo di uomini gay che si lasciavano infettare dal virus HIV, per propria volontà, attraverso rapporti non protetti.

Nell’articolo firmato da Gregory A. Freeman, si legge di un bugchaser che descriveva il fatto come “cosa più erotica” che potesse immaginare, ammettendo che era consapevole di quali rischi stava correndo, eppure con assurdo entusiasmo spiegava che lo eccitava l’idea che l’altro ragazzo sieropositivo si entusiasmasse sapendo che lo stava contagiando attraverso il suo sperma.

Il mensile americano aveva poi messo in luce una notizia sconvolgente: il 25% degli uomini gay infettati nel 2003 l’avrebbe fatto di proposito. Poche settimane dopo il sito Salon aveva poi smentito la cosa.

Un’altra smentita ufficiale arriva poi da Marshall Forstein, medico della Fenway Community Health di Boston.
Dalle sue parole:

“Tutto ciò è ridicolo. Abbiamo avuto qualche caso, ma non è una cosa molto comune”.

Si parla nuovamente di  Bugchaser nel 2013

Nel 2013 il fenomeno del bugchasing torna a far discutere. Sui tabloid inglesi, come il Mirror e il Daily Mailcompare la notizia di alcune sex roulette, in cui almeno un partecipante era sieropositivo. Ma anche questa volta, il fenomeno venne smentito da mancanza di fonti ufficiali.

Quindi si tratta di una leggenda metropolitana?
Si parla di bugchasing ma come una fantasia o boutade, in cui difficilmente si arriva a concretizzare il contagio volontario. Inoltre i bugchaser non sono solo gay, ma anche donne che plagiate psicologicamente da individui senza scrupoli.

Tuttavia, è importante parlarne, poiché esistono persone che arrivano a sacrificare la propria salute e bisogna porre le basi per un aiuto psicologico e medico.