Aids e legislazione

La tutela della privacy

La legge 135/1990 rappresenta il primo sistematico intervento del legislatore riguardo alla sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids). In questa occasione è stata proposta una serie di programmi d’intervento di politica sanitaria basati sulla prevenzione dell’infezione, mediante un capillare programma educativo, dimostrando di aver ben compreso l’importanza di una strategia fondata sull’offerta del test diagnostico per l’infezione da Hiv e non attraverso screening obbligatori.

Per la prima volta è stata affrontata la problematica inerente il rapporto tra diritto del singolo ad autodeterminarsi in merito a un particolare trattamento sanitario e la tutela degli interessi della collettività. La legge ribadisce l’importanza della “privacy” dei malati di Aids e dei sieropositivi, garantendone l’anonimato, ma prevede una deroga in caso di necessità clinica del paziente.

Tuttavia questa posizione, poiché in antitesi con le norme sulla tutela dell’igiene e della sanità pubblica e con l’art. 438 del codice penale (che contempla il reato di epidemia), è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale (sentenza 218/94).

L’organo giudicante ha così deciso perché la legge 135/90 non prevede la possibilità di effettuare il test come condizione per l’esercizio di attività che comportano rischi per la salute di terzi. (L’immagine sopra è tratta da uniticontrolaids.it)

Le norme sul test dell’Hiv

Altre norme sono state, poi, emanate a proposito delle categorie da monitorare con il test, del diritto all’anonimato e delle modalità di conduzione degli studi epidemiologici.

Il Decreto del Ministero della Sanità 13 marzo 1995, riguardante il certificato di idoneità sportiva all’esercizio di attività sportive professionistiche e dilettantistiche, non impone l’effettuazione del test Hiv (il quale è tuttavia raccomandato, su base consensuale, per attività sportive nelle quali il contatto del sangue sia prevedibile).

Per i tossicodipendenti che si sottopongono al test è richiesto un consenso informato e la garanzia che i risultati del test non vengano utilizzati per scopi discriminatori, mentre viene garantito, su loro richiesta, l’anonimato (art. 95 L. 685/75, Circ. 25 nov. 1985 n. 48); anche i risultati del test per la sieropositività devono essere consegnati esclusivamente alla persona interessata (L.135/90). Viene comunque condivisa l’opportunità di sottoporre al test le partorienti tossicodipendenti così come i neonati di puerpere sieropositive (Circ. 25 nov. 1985 n. 48), i quali non devono essere vaccinati fino all’accertamento della scomparsa degli anticorpi anti-Hiv.

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Per gli istituti di prevenzione e pena si consiglia di sottoporre i detenuti “nuovi” al test, previo consenso, e di mandare in reparti attrezzati dell’ospedale i detenuti malati di Aids, ma non sono previste misure coattive precauzionali nei confronti del sieropositivo, il quale dovrà astenersi dal donare sangue, sperma, organi o altri tessuti e dall’uso promiscuo di spazzolino, rasoio e altri oggetti che siano veicolo di sangue infetto.

È stata stabilita anche una incompatibilità tra detenuto infetto con un livello di linfociti T/CD4+ inferiore a 100 e un programma finalizzato per la cura e la prevenzione, il recupero e il reinserimento di tossicodipendenti detenuti e dei malati di Aids.

È stato predisposto, infine, il test-Hiv anche per il personale appartenente alle forze di polizia.

La prevenzione e il trattamento ospedaliero

Riguardo alla prevenzione, la legge 135/1990 si è dimostrata carente a proposito dei mezzi protettivi e delle possibili fonti d’infezione, soprattutto nell’eventualità che gli operatori si trovino di fronte a soggetti con Aids conclamata di cui non è ancora nota la diagnosi. Già in precedenza, comunque, erano state avviate campagne di informazione e prevenzione da condurre capillarmente tra i gruppi a rischio di contagio anche per evitare psicosi e fobie da panico (Circ. 16 luglio 1986 n. 47).

Il Governo, inoltre, aveva dato indicazioni sulla ripartizione delle quote del Fondo Sanitario Nazionale destinate al finanziamento del Programma n. 6 del Piano Sanitario Nazionale “Lotta all’Aids” per il 1990 e indicazioni di massima sui corsi di aggiornamento per i medici, infermieri, altri operatori sanitari e sullo studio di un migliore coordinamento delle strutture sanitarie e tra esse e le altre istituzioni della società (scolastiche, penitenziarie, ecc.).

La legge 135/1990 ha precisato la possibilità da parte delle Usl di promuovere l’attivazione di servizi per il trattamento a domicilio e di adeguare il servizio ospedaliero. Vennero, infatti, approvati, con essa, schemi-tipo di convenzione per la disciplina dei rapporti tra le Usl ed istituzioni di volontariato ed organizzazioni assistenziali diverse, e tra le Usl e le strutture che gestiscono residenze collettive e case alloggio. Successivamente sono state previste anche le soluzioni del Day Hospital e dell’assistenza ambulatoriale a seconda della gravità dello stato di salute del paziente, mentre già si era deciso che il soggetto in Aids conclamata dovesse essere ricoverato in unità operative specializzate di isolamento e seguito una terapia di tipo intensivo (Circ. 16 luglio 1986 n. 27).

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Rimane, infine, da ricordare che è stata emanata anche una normativa per il controllo dei donatori in materia di fecondazione assistita umana, donazione di organi, di tessuto e di midollo osseo (Circ. 10 aprile 1992 n. 17), per le attività trasfusionali relative a sangue umano ed ai suoi componenti e per la produzione di plasmaderivati (L. 28 gennaio 1994 n. 63).

È stato stabilito un indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di trasfusioni e somministrazione di emoderivati ( L. 25 febbraio 1992 n. 210 ), anche se, nel caso di personale sanitario che abbia contratto l’infezione, tale indennizzo corrisponde esattamente all’equo indennizzo già previsto in favore del personale sanitario pubblico dipendente per tutte le infermità derivanti da causa di servizio.

Tale indennizzo dello Stato non sembra, tuttavia, precludere le vie giudiziarie per l’ottenimento del giusto risarcimento del danno subito.

Il rapporto tra medico e paziente

Dal punto di vista deontologico l’Aids ha avuto non poche ripercussioni nel rapporto medico-paziente soprattutto in relazione all’eventualità del rifiuto di prestazione. Il dovere di curare trova da sempre una approfondita trattazione nel Codice Deontologico che sottolinea come compito del medico “… la difesa della vita, della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della persona umana senza discriminazioni (…) quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali il medico opera”.

Tale principio trova sostegno in Italia anche nella legge Aids che impone esplicitamente a tutti gli operatori sanitari di prestare assistenza in ogni caso di infezione da Hiv (anche non accompagnato da stato morboso) di cui vengano a conoscenza nell’esercizio della loro professione.

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Qualora il sanitario rifiuti, dunque, di assistere un paziente che necessiti di cure urgenti, potrebbe prospettarsi il reato di omissione di soccorso, poiché sembrerebbe giustificato solo il rifiuto di assistenza da parte dell’operatore sanitario in stato di gravidanza, purché vi sia effettivamente un rischio concreto.

Non poche perplessità sono connesse, poi, al dovere di mantenere il segreto professionale quando questo entra in conflitto con l’obbligo di evitare la propagazione di malattie contagiose diffusive. Per le malattie infettive diffusive vige, infatti, la norma di legge relativa alla denuncia del malato infetto e del trattamento sanitario obbligatorio, eventualmente integrato anche dal ricovero coatto e, quindi, dalla privazione delle libertà personali dell’ammalato infetto.

Nel caso, invece, dei sieropositivi e degli ammalati di Aids, l’imposizione dell’anonimato, vieta di fatto la denuncia, che rimane in vigore a fini meramente statistici, ma non comporta alcuna misura cautelativa idonea a impedire la diffusione dell’infezione.

Tale norma di legge appare in contrasto con la norma deontologica che impone la tutela della salute pubblica e ancora di più con le norme di legge applicate a tutte le malattie infettive.

Il discorso si complica, poi, ulteriormente, qualora il pericolo di infezione riguardi una ben determinata e nota persona, come può essere il partner abituale del soggetto infetto, rispetto al quale questi abbia rifiutato sia l’informazione che l’adozione di cautele.

Molto si è discusso, infatti, sulla tutela del diritto alla riservatezza del paziente infetto da Hiv a discapito di un determinato soggetto sano destinato ad un contagio sicuro, a favore del quale sarebbe la rivelazione del segreto, giustificata dalla concreta ipotesi di uno stato di necessità.

Conclusioni

La normativa vigente, quindi, sotto alcuni aspetti, non trova un riscontro nei dettami dell’etica e non riesce a conciliare le esigenze della collettività con i diritti del singolo.

È auspicabile, perciò, per il prossimo futuro, l’entrata in vigore di una regolamentazione sempre meno affidata a strumenti normativi di grado inferiore (decreti, ordinanze, circolari, ecc.), che sono sottoposti a minori controlli, in merito soprattutto ai problemi che coinvolgono la possibilità di violare i diritti fondamentali degli individui.

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